Il valore del tempo

Tra longevità, TFR e nuove riforme europee, il vero capitale sul quale costruire il nostro futuro resta uno solo: il tempo.

«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.»

Alessandro Manzoni

È una frase che sembra scritta per il nostro tempo.

Ci sono frasi che ripetiamo così spesso da smettere di ascoltarle.

Una di queste è: «Il tempo è denaro.»

Ce l’hanno insegnata fin da bambini. L’abbiamo ripetuta per tutta la vita.

Eppure, arrivato a questo punto del mio cammino, mi chiedo se non sia vero il contrario.

Forse il tempo non è denaro. Forse è molto di più.

Il denaro si può perdere e, con impegno o con un po’ di fortuna, si può anche recuperare. Il tempo, invece, no.

Ogni giorno che passa diventa parte della nostra storia e nessuno potrà mai restituircelo.

È per questo che, pensando alle pensioni, al TFR e alla previdenza complementare, continuo a credere che il vero tema non siano i soldi.

Il vero tema è il tempo.

Non è un caso se questa parola ritorna spesso nelle mie riflessioni. Quasi dieci anni fa avevo intitolato un articolo «Pensioni, giovani derubati del tempo». Non lo richiamo per rivendicare un’intuizione. Lo richiamo perché continuo a pensare che sia proprio il tempo la risorsa più preziosa e, troppo spesso, la meno considerata.

Qualche settimana fa, insieme a due brillanti laureandi dell’Università di Bologna, Tommaso Pasquini e Mattia Campanaro, abbiamo presentato a un’amministrazione comunale che guarda con attenzione al futuro della propria comunità, un lavoro dedicato proprio a questi argomenti.

Non volevamo spiegare quale fondo pensione fosse migliore. Né convincere nessuno. Volevamo semplicemente porre una domanda.

Quanto vale il tempo?

Riguarda tutti noi. Ma riguarda soprattutto i più giovani.

Perché nessuno possiede una ricchezza più grande del tempo che ha davanti. E, paradossalmente, nessuno rischia di sottovalutarla quanto chi pensa di averne in abbondanza.

Per questo continuo a credere che parlare di previdenza non significhi parlare di vecchiaia. Significa parlare della libertà che si costruisce nella giovinezza.

La risposta alla quale siamo arrivati è racchiusa in una frase che, forse, sintetizza meglio di molte pagine il senso del nostro lavoro.

«Il TFR non è denaro. È tempo previdenziale.»

È un’affermazione che può sembrare provocatoria. In realtà è soltanto un modo diverso di osservare la realtà.

Forse Manzoni aveva intuito qualcosa che va ben oltre il suo tempo.

Il buon senso ci suggerisce di guardare la realtà. Il senso comune, invece, ci rassicura. Ci dice che possiamo aspettare. Che ci penseremo domani.

Due secoli dopo, quella stessa scelta viene raccontata con un linguaggio diverso.

In Matrix, Morpheus offre a Neo due pillole. La pillola blu permette di continuare a vivere nell’illusione. La pillola rossa costringe a guardare il mondo per quello che è.

Anche quando parliamo di pensioni, ogni giorno scegliamo inconsapevolmente tra queste due possibilità.

La pillola blu ci rassicura. Ci suggerisce che è presto. Che la pensione riguarda gli altri. Che il TFR è soltanto una liquidazione. Che ci sarà sempre tempo.

La pillola rossa, invece, ci restituisce la realtà.

Viviamo più a lungo di qualunque generazione ci abbia preceduto.

Ed è una delle più grandi conquiste della nostra civiltà.

Ma ogni conquista porta con sé una responsabilità.

Se vivremo venticinque o trent’anni dopo aver concluso la nostra vita lavorativa, dobbiamo iniziare a costruire oggi la serenità di quel tempo.

Non è un caso che proprio in questi mesi il dibattito sulla previdenza complementare sia tornato al centro dell’attenzione in Italia e che anche altri Paesi europei, come la Germania, stiano rafforzando gli strumenti di previdenza basati sulla capitalizzazione.

Non è una questione ideologica.

È la risposta a una realtà che accomuna tutte le società mature: viviamo più a lungo e dobbiamo imparare a trasformare questa conquista in un futuro sostenibile e dignitoso.

Per troppo tempo abbiamo discusso quasi esclusivamente di età pensionabile, coefficienti, aliquote, sostenibilità del sistema.

Temi importanti. Ma tutti secondari rispetto a una domanda molto più concreta.

Come vivremo quel terzo della nostra vita che chiameremo pensione?

Le riforme che oggi interessano l’Italia e il dibattito che si sta sviluppando anche in altri Paesi europei ci ricordano che la previdenza del futuro sarà sempre più il risultato di una responsabilità condivisa.

Non sappiamo quali governi ci saranno. Ignoriamo quali riforme verranno approvate. Non possiamo controllare i mercati finanziari.

Possiamo però scegliere una cosa.

Possiamo scegliere di non sprecare il tempo.

Perché è proprio il tempo a trasformare un piccolo risparmio in un patrimonio, una decisione presa oggi in una maggiore libertà domani, un TFR in un’opportunità per il futuro.

Forse è questo il significato più autentico dell’educazione finanziaria.

Non insegnare alle persone quali prodotti scegliere.

Ma aiutarle a comprendere il valore del tempo.

Manzoni scriveva che «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.»

Il senso comune continua a ripeterci che alla pensione penseremo domani.

Il buon senso ci suggerisce che il domani si costruisce oggi.

E il tempo, a differenza del denaro, non conosce restituzioni.

La vera ricchezza non è la pensione.

È poter vivere gli anni della pensione con la stessa dignità con cui abbiamo vissuto il lavoro.

La pensione non comincia l’ultimo giorno di lavoro.

Comincia il primo giorno in cui impariamo a dare valore al nostro tempo.

Quasi dieci anni fa scrivevo che i giovani rischiavano di essere derubati del tempo.

Oggi continuo a pensare che il tempo sia il bene più prezioso che possediamo.

Perché è l’unico patrimonio che, se non custodito, non produce futuro.

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